Quando la retorica della libertà si sgretola sotto i colpi dell’indeterminismo virale.

18 aprile

«L’avresti mai detto che l’apocalisse sarebbe stata così noiosa?» mi chiede l’amico Andrea la cui vita è abitualmente molto avventurosa e adesso è costretto a passare il suo tempo su una poltrona sfondata e fatiscente dalle parti dell’Aventino mentre la primavera romana impazza silenziosa intorno a lui e manco la può vedere.

Buona domanda, bel punto di vista.

Annoiarsi finamente!

Però si può vedere la questione da un altro punto di vista per dissipare la nebbia della noiosità. Si può vedere l’apocalisse come un evento che si svolge al rallentatore, una precipitazione di cui prevediamo i prossimi crolli, i prossimi smottamenti ma di cui possiamo governare quasi niente.

Questa rivelazione plateale dell’impotenza della volontà cosciente, di fronte allo svolgersi di eventi macro (come il cambio climatico) o micro (come la diffusione di virus), è la lezione che dovremmo riuscire ad assimilare, ed elaborare.

Se la volontà non può governare i processi, c’è forse un’altra facoltà che può farlo?

 Per non annoiarmi ho letto un articolo di Francesco Sisci, un italiano sinologo molto intelligente che fa parte dell’accademia delle scienze di Pechino (il che vuol dire che sa quello che dice quando parla di cose cinesi).

Sisci parte dalla notizia che gli americani vogliono chiedere risarcimenti alla Cina per milioni di trilionardi di trilioni. Secondo loro la Cina ha la colpa di questo casino: gli è scappato un virus da quel loro maledetto laboratorio di Wuhan, hanno nascosto e continuano a nascondere informazioni… Poi ce l’hanno attaccato a noi americani, il loro chinese virus come dice Trump e ripete Mike Pompeo. La nostra economia va a rotoli e adesso loro debbono pagare, dicono imbestialiti quelli che avevano promesso di make America great again.

È colpa dei cinesi. Facciamogli causa.

Cancelliamo il debito che l’America ha con la banca cinese.

Come al solito gli americani giocano col fuoco.

Forse pensano che se la Cina si incazza dovranno fronteggiare qualche centinaio di Boxer armati di spadoni e di scudi e di lance che vengono fuori da dietro l’angolo per fare a cazzotti.

Nein. Sarebbe bene non dimenticarsi la parata del primo ottobre scorso con tutte quelle belle testate lucide e quelle ogive rotondeggianti.

Altro che coronavirus, con quelle ogive il bilancio di vittime si può moltiplicare più di cento volte.

Sisci, che la sa lunga, mette in guardia contro la follia guerrafondaia che la catastrofe sociale scatenata dal virus potrebbe suscitare.

La congenita idiozia del popolo americano è d’altronde in aperto display nelle città del Michigan e della Virginia dove drappelli di panzoni armati esigono che i governatori ritirino le loro misure preventive. Si preparano a sparare agli indiani tra una birra e l’altra. Ma il problema è che adesso non ci sono più pellerossa a cavallo ma una potenza tecnomilitare totalitaria disciplinata.  

19 aprile

Nelle settimane scorse scrivevo con facilità e una certa (irresponsabile) allegria, le parole mi scivolavano fuori e si incatenavano le une alle altre senza fare resistenza. 

Ora qualcosa è cambiato. Forse perché un’amica mi ha accusato di usare la parola «irresponsabile» con un segno positivo, mentre il momento richiede il massimo di responsabilità.

Ecco, la parola responsabilità non mi è mai piaciuta molto. Però comincio a provare un po’ di imbarazzo a librarmi a mezz’aria mentre le cose si fanno sempre drammatiche.

20 aprile

Negli ultimi giorni mi sono messo a rileggere gli scritti di William Burroughs e di Philip Dick.

Li ho letti negli anni Ottanta. Nell’82 ebbi la ventura di conoscere Burroughs, andai a trovarlo nel suo bunker sulla Bowery per intervistarlo. Non capivo quasi niente del suo accento, e ne venne fuori un’intervista sconclusionata che uscì poi sulla rivista Frigidaire. 

Lessi Exterminator, Ah Pook is Here, The Job, The Electronic Revolution e qualcuno dei suoi vertiginosi romanzi, che oggi si possono rileggere come premonizioni. 

Con gelida lucidità allucinata, Burroughs diceva che il linguaggio umano altro non è che un virus che si è stabilizzato nell’organismo mutandolo, pervadendolo, trasformandolo: «la parola stessa può essere un virus che è arrivato a una situazione permanente nell’ospite» (La rivoluzione elettronica). Perciò «L’uomo moderno ha perduto la facoltà del silenzio. Provate a fermare il vostro discorrere sub-vocale. Provate a raggiungere anche solo dieci secondi di silenzio interiore. Incontrerete un organismo antagonista che vi costringe  a parlare. … Il linguaggio è una tara genetica, è la parola stessa per cui non esiste alcuna immunità».

Ma se il linguaggio è un virus che si impone all’organismo conducendolo al predominio dell’astrazione sulla concretezza dell’utile, e quindi a produrre le condizioni storiche della sua autodistruzione, non possiamo supporre che sarà proprio un virus a ricongiungere linguaggio e concretezza, sensualità, sofferenza? 

Ma su che piano agisce il virus? Direi che agisce sul piano estetico: è la percezione, la sensibilità che può ricomporre linguaggio e concretezza. 

21 aprile

Non ho mai smesso di dipingere da quando è iniziata la clausura. In realtà non posso dire che la mia sia pittura: faccio collage con frammenti di immagine, fotocopie, pezzi di giornale cui poi sovrappongo colori a smalto, smalti per unghie, trasferibili, retini…

L’appartamento è pieno di questi quadretti 35 per cinquanta o settanta per cinquanta, che stanno lì accatastati sulla panca, appoggiati sugli scaffali della libreria, ammonticchiati per terra.

Alcuni motivi ricorrono, come ossessioni: una colomba bianca sopraffatta da un corvo nero ritorna come un leit motiv. Ricordate quella scena?

 

Dipingo colombe e corvi che si rincorrono sotto gli occhi esterrefatti di Bergoglio che certamente avrà cercato di interpretare il segnale che proveniva dall’alto dei Cieli. 

È il 26 gennaio del 2014, Francesco è salito da poco al soglio di Pietro, dopo che un altro Papa aveva piegato il capo davanti alle ingovernabili potenze del caos interiore. Il genio di Moretti ha raccontato in anticipo il dramma della depressione umana davanti al prevalere del caos in Habemus Papam. 

Il Papa e due bambini al verone di una finestra di San Pietro. Il Papa accarezza la testa dei bambini, mentre questi lanciano in aria due colombe bianche. Un corvo nero arriva da sinistra, insegue per qualche istante la povera colomba che tenta di sfuggire, poi l’afferra, la trascina la divora.

La simbologia è scandalosamente chiara: il male proviene repentino dagli abissi del caos e colora il cielo di Roma di sangue innocente.

Devo continuare? Meglio di no. Non voglio interpretare i segni come se dietro ci fosse la volontà di qualcuno che si manifesta. Il mio ateismo non me lo permette. Ma qualche volta mi costa fatica resistere all’idea di un’emanazione omnipoetica e maligna che offre segni enigmatici ma suggestivi all’attonita platea degli spettatori umani.

Da Francesco proviene la lezione politica di un uomo che combatte la battaglia di Cristo non nel nome della verità, ma nel nome della carità, della condivisione lieta e dolorosa dell’esperienza umana. Ma dalle sue parole e dai suoi atti viene anche una lezione filosofica: le potenze del male sono emanazioni del caos, quando il caos sorpassa la nostra potenza di senso, di affetto, e di ragione. Non è la volontà di Dio che si manifesta nel male. Nella sua notturna omelia di marzo, Francesco l’ha detto papale papale (e come altro avrebbe potuto dirlo): Dio non punisce i suoi figli, il virus non è una punizione divina.

E allora? E allora il virus è la complessità del caos che supera la nostra capacità di comprensione, governo, e cura.

Ma la storia della cultura è proprio storia di questa caosmosi, di questa relazione tra il caos dell’esperienza e l’ordine provvisorio della coscienza.

Foto sul giornale: siamo in America, c’è una fila di macchine che strombazzano e sventolano bandiere a stelle e strisce. Cittadini armati dimostrano contro il lockdown, chiedono che gli sia restituita la libertà.

Una signora tira fuori un cartello dall’auto con su scritto FREE LAND.

La libertà.

Di che stanno parlando? Sono cittadini bianchi di una nazione che ha scritto la parola libertà nei suoi documenti fondativi, ma che fin dall’inizio ha omesso di menzionare la schiavitù di milioni di persone per esaltare la sua libertà.

Quando Jefferson e soci scrissero la loro famosa Dichiarazione di Indipendenza, nella confederazione di tredici stati c’erano 600.000 africani che lavoravano gratis in condizioni di totale illibertà. Qualcuno pose il problema durante la redazione del testo sacro. Nella prima versione in effetti c’era una frase che condannava l’Inghilterra per avere istituito il regime della schiavitù nelle sue colonie. Poi si decise di cancellare quella frase perché menzionare la schiavitù significava svelare l’ipocrisia, la falsità assoluta dell’intero testo sacro di merda su cui riposa la civiltà politica americana.

Libertà di chi e di fare cosa?

La retorica della libertà si sgretola sotto i colpi dell’indeterminismo virale. È questa forse la debolezza essenziale delle posizioni, per il resto del tutto condivisibili di Giorgio Agamben, che sembra restaurare un metafisica della libertà che ha ben poco di materialistico.

Nel frattempo la domanda di petrolio scende al punto che il valore del petrolio sui mercati globali è crollato a zero, poi è andato sotto lo zero: se compri qualche barile ti pagano per il disturbo. Navi cariche di petrolio stazionano negli oceani perché i depositi arabi texani, iraniani eccetera sono pieni. L’industria americana dello scisto, il gas che veniva estratto distruggendo il sottosuolo con martelli pneumatici sotterranei, è rovinata. Possiamo sperare che sia rovinata per sempre. Ma c’è un tubo che attraversa il continente dal confine canadese a quello messicano. È l’oleodotto della Keystone Oil Pipeline. L’hanno voluto costruire a tutti i costi, bastonando le comunità pellerossa che difendevano i loro territori: anche quel tubo deve essere pieno zeppo di liquido nero. 

 

Che ce ne faremo di tutta questa roba oleosa?

Una domanda inquietante: se torneremo alla normalità, alla normalità che era normale prima del virus, che ci faremo di tutto questo petrolio a buon mercato? Se continueranno a vigere le leggi di mercato, che sono quelle del massimo profitto e della competitività, che resterà delle speranze ecologiste? Col petrolio a prezzi bassissimi, quanto improbabile diverrà la riconversione verso tecnologie meno inquinanti? Che resterà dei buoni propositi relativi al cambiamento climatico?

 

22 aprile

Il Guardian dedica attenzione a una questione che in questi ultimi tempi è stata trascurata dalla stampa: che ne sarà del sesso? Anzi, che ne è del sesso in queste settimane, e in che senso potrebbero mutare i comportamenti sessuali, soprattuto quelli della generazione che sta emergendo, della cosiddetta generazione Z (come Zoom)?

Intervistata dal giornale, la dottoressa Julia Marcus dice quanto segue: «Adesso la mia raccomandazione è che ce ne stiamo a casa e interagiamo solo con altre persone nella misura dello stretto necessario. E anche quando lo facciamo dobbiamo comunque mantenere una distanza perlomeno di un metro. Questo mi fa pensare che il sesso in questo momento sia solo pericoloso.»

Ma il dottor Carlos Rodríguez-Díaz viene subito in soccorso dei ragazzi che si preoccupano: «I rapporti sessuali possono ridursi nelle prossime settimane ma ci sono altre forme di espressione dell’erotismo, come il sexting, le videoconferenze porno, la lettura di materiale erotico e la masturbazione.»

Wow. Quella che si presenta è una vita ascetica con l’opzione di tirarsi una sega in videoconferenza. Mi scuso per la volgarità, non era mia intenzione.

Ciara Gaffney scrive un articolo interessante sul tema della ciber-rivoluzione sessuale: «Con un po’ di nostalgia ripenso a quando parlavamo di “recessione sessuale” della generazione Z: una preoccupazione un po’ paternalistica che la nuova generazione sarebbe rimasta sessualmente rachitica, incapace o poco desiderosa di fornicare per eccesso di smartphone, social media e pornografia online. In qualche misura le statistiche lo confermavano: tra il 1991 e il 2017 il numero di studenti delle scuole superiori che facevano sesso era diminuito dal 54% al 40%. Ma poi è arrivata una pandemia mondiale, e sembra che stia germogliando un nuovo rinascimento sessuale».

La bizzarra tesi dell’articolo di Ciara Gaffney è che la pandemia stia creando le condizioni di una nuova rivoluzione sessuale, il cui nucleo sarebbe lo sviluppo di una sensibilità senza contatto: «Nell’epoca colorata di rosa prima del coronavirus, l’invio di immagini di nudo era oggetto di una certa vergogna. Quelle immagini erano percepite come goffe, anche un po’ patetiche. Nell’era del lockdown invece l’invio di immagini di nudo fa un ritorno glorioso, senza pentimento, come fattore orgoglioso di una liberazione sessuale. Stratificata dalla distanza, la Generazione Z sembra dover reinventare quel che significa sesso, in un mondo in cui il sesso fisico è spesso impossibile. Come il movimento dell’amore libero scosse le convenzioni del suo tempo, così il rinascimento sessuale della Generazione Z scuote le convenzioni della relazione sessuale organica.»

Mi ritornano in mente i discorsi sul cybersex che circolavano tra gli anni Ottanta e Novanta. Non è improbabile che un campo di sviluppo della tecnologia elettronica nel prossimo futuro sia proprio l’innesto di realtà virtuale e di sensori telestimolabili. Lo facevano già in Neuromante di William Gibson del 1984. 

«La quarantena non solo incoraggia ma costringe l’esplorazione sessuale: sperimentare con nudi, thirst traps, perlopiù senza ripercussioni nella vita reale.» 

Thirst trap significa trappole che ti fanno venire la sete, d’accordo – ma se poi manca l’acqua?

La teletrasmissione di stimoli sensuali ricevuti in realtà virtuale avrebbe una funzione utile dal punto di vista demografico; la si smetterebbe finalmente di procreare, almeno per i prossimi due o trecento anni. Ma non credo che esista un universo di piacere senza il contatto dell’epidermide con l’epidermide, senza l’ammiccamento ironico dello sguardo a distanza molto ravvicinata, senza l’olfatto. Forse sono antiquato.

Nel frattempo, sul New York Times Julie Halpert scrive della diffusione di crisi di panico tra i giovani americani chiusi in casa ed esposti a un flusso di informazione ininterrotto.

24 aprile

Leggo un messaggio di Rolando su FB, e capisco che se la sta un poco prendendo anche con me.

Altro che l’immaginazione, dice Rolando, qui occorrono programmi concreti per affrontare i prossimi anni che saranno devastanti e decisivi. Rolando non ha ancora trent’anni, quindi pensa al prossimo futuro con la concretezza che forse manca al settantenne che sono.

Propendo per dargli ragione.

«Prego col cuore in mano tutte le forze progressive di imparare una volta per tutte la lezione di Machiavelli: “Ma sendo l’intento mio scrivere cosa utile a chi la intende, mi è parso più conveniente andare dietro alla verità effettuale della cosa che alla immaginazione di essa. E molti si sono imaginati republiche e principati che non si sono mai visti né conosciuti essere in vero.” Basta, vi prego, con le repubbliche future dell’immaginazione: chi vuol far la carità con i gesti e le promesse del regno a venire, si metta l’anima in pace e segua Francesco. Gli altri vadano diritto alla realtà effettuale e smettano di raccontare favole a sé e agli altri. I prossimi anni saranno decisivi e devastanti», scrive accorato Rolando. E chi sono io per mettere in dubbio le parole di Machiavelli? Ma se penso alla diffusione di crisi di panico tra i giovani americani mi chiedo in cosa consista la «verità effettuale» di cui parlano Machiavelli e il mio amico Rolando.

Oggi negli Stati Uniti è stata superata la soglia dei cinquantamila morti. Queste sono le cifre ufficiali. È così superato il numero di morti della guerra in Vietnam. I disoccupati hanno superato i ventisei milioni. Il Presidente compare ogni giorno alla televisione: oggi ha consigliato di iniettarsi del disinfettante e di fare dei bagni di sole perché col caldo il virus se ne va. Ogni giorno il suo show si fa più spiritoso. Qualche giorno fa ha twittato: «LIBERATE MICHIGAN! LIBERATE MINNESOTA! and LIBERATE VIRGINIA, and save your great 2nd Amendment». 

Ogni volta che Trump nomina il secondo emendamento si tratta di una minaccia esplicita di guerra civile.

Lo scandalo dei democratici raggiunge vertici quasi comici. Ma non è tanto comico lo scenario che si va delineando: da una parte il popolo del secondo emendamento, il popolo trumpista che rivendica il diritto a portare armi e le esibisce. Dall’altra parte il potere degli Stati delle coste, quelli più ricchi, produttivi, globalizzati: la California e l’Oregon da una parte, New York dall’altra. Le zone metropolitane contro le aree rurali, il cosmopolitismo contro il nazionalismo bianco. I democratici hanno deciso di puntare le loro carte su un signore che si chiama Biden che su Internet ha un seguito cento volte inferiore a quello del Trombone. 

25 aprile

Ieri abbiamo saputo che Repubblica cambia direttore perché la famiglia Agnelli proprietaria del giornale ha deciso di mettere al suo posto un giornalista più allineato. Il direttore dimissinato si chiama Carlo Verdelli: non lo conosco, non ho molto da dire su di lui, ma mi fa impressione che lo abbiano licenziato anche se qualche giorno fa ha ricevuto delle minacce di morte di stile mafioso o fascista. Che avrà fatto di male il povero Verdelli, per farsi cacciar via dal padrone John Elkann, mentre i lettori di Repubblica raccolgono le firme in sua difesa?

Non lo so con precisione, però mi viene in mente che qualche giorno fa su quel giornale è uscito un articolo sul paradiso fiscale olandese. Forse Verdelli aveva dimenticato che l’azienda degli Agnelli, pur essendo stata per decenni finanziata dai contribuenti italiani quando si chiamava FIAT, oggi che si chiama FCA, ha la sede legale in Olanda e paga le tasse (cioè non le paga) in quel paese là. È naturale che gli Agnelli si siano risentiti.

A Milano una dozzina di giovanissimi che avevano portato dei fiori sulla lapide di un partigiano sono stati aggrediti da un drappello di poliziotti: li hanno malmenati, manganellati, trascinati per terra. Le immagini mostrano che i dimostranti erano del tutto inoffensivi, portavano le mascherine, non avevano alcun intento provocatorio. Perché allora caricarli in quella maniera rabbiosa? Non stiamo forse assistendo al nuovo stile di un potere poliziesco integrato da tecnologie di controllo inesorabile? È uno stile legittimato dal terrore del contagio, ma quella dozzina di ragazzi non ha certamente messo in pericolo la salute di nessuno. 

Ogni giorno invece milioni di lavoratori «indispensabili» per il profitto degli industriali sono costretti a vivere in condizioni di pericolo molto maggiore che dodici ragazzini in una strada della periferia milanese.

 

26 aprile

Sono pieno di dubbi e non azzardo previsioni, ma una cosa mi sembra di capirla: che la pandemia virale del 2020 segna un passaggio, o piuttosto lo rivela. Si tratta del passaggio dall’orizzonte dell’espansione che delimitava lo sguardo dell’umanità moderna, all’orizzonte dell’estinzione che in una maniera o in un’altra è destinato a delimitare lo sguardo dell’umanità che viene.

27 aprile

Ora il nuovo grido è: «riaprire! Tornare alla normalità».

Come non capirlo? Vivere chiusi in un cubicolo non piace a nessuno, ed è legittimo che gli umani vogliano riprendere le attività che animano e alimentano la vita sociale. Ma il ritorno alla normalità significa il ritorno di quelle aspettative, e di quegli automatismi che hanno reso la terra furibonda e l’organismo vivente esposto alle tempeste virali. 

Leggo nel Monologo del virus di Frederic Neyrat: «Cari umani, fate tacere tutti i vostri ridicoli appelli di guerra. Abbassate quegli sguardi vendicativi che mi riservate.

Dissolvete l’alone di terrore con il quale circondate il mio nome. Noi, i virus, dal fondo batterico del mondo, siamo il vero continuum della vita sulla Terra. Senza di noi non avreste mai visto la luce. Noi siamo i vostri antenati, allo stesso titolo delle pietre e delle alghe, e molto più delle scimmie. Siamo dovunque siete e anche dove non siete. Peggio per voi se nell’universo vedete solo quello che è a vostra immagine e somiglianza! Ma soprattutto, smettete di dire che sono io a uccidervi. Voi non state morendo a causa della mia azione sui vostri tessuti, ma della mancanza di cura dei vostri simili. Se non foste stati tanto rapaci tra voi così come lo siete stati con tutto quello che vive su questo pianeta, avreste ancora abbastanza letti, infermieri e respiratori per sopravvivere ai danni che infliggo ai vostri polmoni. Ringraziatemi piuttosto. Senza di me, per quanto tempo ancora avrebbero fatto passare per necessarie tutte queste cose delle quali si decreta improvvisamente la sospensione ? La globalizzazione, i concorsi, il traffico aereo, i limiti al budget, le elezioni… Ringraziatemi, vi pongo davanti al bivio che struttura tacitamente le vostre esistenze : l’economia o la vita. Il disastro finisce quando finisce l’economia. L’economia è il disastro. Era una tesi fino allo scorso mese. Ora è un fatto. Nessuno può ignorare di quanta polizia, sorveglianza, propaganda, logistica e telelavoro avranno bisogno per rimuoverlo. Prendetevi cura dei vostri amici e dei vostri amori. Ripensate con loro, sovranamente, una giusta forma della vita. Fate dei cluster di vita buona, estendeteli e io non potrò niente contro di voi. Questo non è un appello al ritorno in massa alla disciplina ma all’attenzione. Non alla fine di ogni spensieratezza ma di ogni negligenza. Che altro modo mi resta per ricordarvi che la salute è in ogni gesto ? Che tutto è nell’infinitesimale.»

E Bruno Latour, in un articolo dal titolo Immaginare gesti-barriera contro il ritorno alla produzione pre-crisi: «La prima lezione del coronavirus è anche la più sorprendente: è stato infatti provato che, in poche settimane, è possibile sospendere, in qualsiasi parte del mondo e allo stesso tempo, un sistema economico a detta di tutti impossibile da rallentare o redirezionare. A tutti gli argomenti degli ambientalisti sul cambiamento dei nostri stili di vita, si rispondeva sempre con l’argomento della forza irreversibile del “treno del progresso” che niente poteva far deragliare “a causa”, si diceva, “della globalizzazione”. Tuttavia, è proprio la sua natura globale che rende così fragile questo sviluppo, capace invece di frenare e poi fermarsi improvvisamente.»

Ma sarebbe ingenuo sperare che questa nuova, allucinata ma lucida consapevolezza possa diventare senso comune domani, o nel prossimo mese. L’ansia di ritornare alla normalità è al momento la forza principale, quasi più grande della pur sempre presente paura di un ritorno del contagio.

Dunque torneremo alla normalità, ma sarà ancor peggio di quella che abbiamo subito nel passato. Perché allo sfruttamento, alla precarietà, all’umiliazione economica quotidiana si aggiungerà il distanziamento, la tensione permanente del rapporto con l’altro. 

Ma il problema è che questo ritorno alla normalità sarà presto frustrato. Non necessariamente dal ritorno del virus, intendiamoci. Come tutti, spero e prevedo che si riesca a mettere sotto controllo il corona, o che si trovi un vaccino, o che ne so… 

Non è questo il punto. Il punto è che la macchina degli automatismi è entrata in una condizione caotica senza ritorno. Il crollo del sistema economico globale non si rimedia: centinaia di milioni di posti di lavoro perduti, il prezzo del petrolio che scende sotto zero, il fallimento di innumerevoli esercizi commerciali e imprese manifatturiere…

E l’esplosione delle vendette politiche della destra che è stata messa all’angolo ma non demorde. E il configgere degli interessi nazionali, e il pericolo giallo che ossessiona l’Occidente. E il perfezionamento di tecniche di controllo tecnototalitario che la Cina ha sperimentato a livelli avanzatissimi e che ora si diffonderà come un esempio da seguire.

La concretezza materica del virus, di questa concrezione proliferante mutagena, ha modificato qualcosa di profondo nell’organismo umano, ma soprattutto ha fermato la macchina dell’astrazione. Rimetterla in moto risulterà un’impresa impossibile. E a quel punto metteremo a frutto la lezione. Abbiamo imparato che il sistema militare non ci protegge dall’estinzione, ma la accelera. Il sistema militare andrà quindi smontato, riconvertito. E i milioni di persone che lavorano nelle fabbriche che producono armamenti come sopravviveranno? La lezione che abbiamo imparato è che non c’è bisogno di lavorare per avere diritto a un reddito. Il reddito di esistenza è stato una realtà e deve continuare a esserlo. Ma i milioni di persone che oggi sono costrette a produrre armamenti e ad estrarre petrolio non saranno necessariamente costrette all’inazione. Ci saranno molte cose da fare per sostituire il sistema energetico che ha distrutto le condizioni della vita sul pianeta, per spostarsi, riscaldarsi, illuminare la notte.

Abbiamo imparato a distinguere la produzione dell’utile dalla produzione dell’astratto monetario. Abbiamo imparato che la ricchezza non consiste nell’accumulazione di valore, ma nel godimento del tempo che fluisce e delle cose che possiamo produrre senza farci sfruttare.

È nel corso della tempesta che viene che quella lezione tornerà, ineludibile.