Lo strano silenzio prima de la tempesta

Cronaca della psicodeflazione, parte quarta: «ci guarderemo obliqui per sempre?»

Franco 'Bifo' Berardi

16/04/2020

El extraño silencio antes de la tormenta [es]​

Telegrama [es]

Más allá del colapso: tres meditaciones sobre las condiciones resultantes [es]

Cronaca della psicodeflazione #3 [it]

Cronaca della psicodeflazione #2 [it]

Cronaca della psicodeflazone #1 [it]

​4 aprile

Lucia ha trovato una foto in bianco e nero e me la manda nel telefono.

Nella foto una donna giovane, bellissima, vestita come negli anni Trenta si vestivano le ragazze nei giorni di festa. Con lei c’è una bambina. Sullo sfondo un palazzo che riconosco facilmente. La donna e la bambina camminano in via Ugo Bassi, sul fondo c’è il frontone triangolare del palazzo che divide il Pratello da San Felice. La giovane donna guarda avanti, con uno sguardo un po’ assente, e la bambina quasi si aggrappa alla sua mano, sembra reclamare attenzione, ma la donna non la la guarda, non si volge verso di lei, guarda avanti, guarda lontano.

Quella donna è mia mamma, e la bambina è sua cugina Maria.

Mi sono subito chiesto chi ha fatto quella foto, chi tiene in mano la macchina fotografica. È Marcello, ne sono sicuro, il suo fidanzato Marcello. Il nonno Ernesto concedeva a Dora di uscire con lui nei giorni di festa, ma solo se accompagnata da qualcuno, un fratello, o una bambina. Dora ha l’aria seccata, un po’ altezzosa, forse infastidita dalla presenza indesiderata della cuginetta. Non si volta a guardarla, guarda verso di lui, verso il fotografo che ha catturato quell’istante. Guarda lontano, verso il futuro che immagina, in quel giorno di festa di un giorno primaverile alla fine degli anni Trenta, quando mia mamma aveva poco più di vent’anni, e la tragedia sembrava essere lontana. Poi venne la tragedia della guerra che devastò la vita e sconvolse il futuro che lei aspettava.

 

6 aprile

A grim calculus.

Il titolo dell’Economist di questa settimana dice tutto. Grim significa: tetro, cupo, e anche feroce. Un calcolo triste che siamo costretti a fare.

Di che calcolo parli la rivista che da un secolo e mezzo rappresenta il pensiero economico liberale è facile intenderlo.

Quanto ci costerà in termini economici la pandemia di coronavirus, e che tipo di ragionamento siamo costretti a fare, dovendo scegliere tra due decisioni alternative: chiudere tutto e bloccare quasi completamente la produzione, la distribuzione, insomma l’intera macchina dell’economia, oppure accettare la possibilità di un’ecatombe.

Leggo sulla rivista londinese: «Il governatore di New York, Andrew Cuomo, ha dichiarato che non dobbiamo mettere un prezzo sulla vita umana. È la dichiarazione di un uomo coraggioso in una condizione che rischia di sommergere il suo Stato. Eppure, mettendo da parte ogni compromesso, Cuomo rivendica di fatto una scelta che non tiene conto delle conseguenze che questo porterà sull’intera comunità. Può sembrare spietato, ma mettere un prezzo alla vita è precisamente quel che i leader dovranno fare per trovare una via d’uscita durante i tormentosi mesi a venire. Come in un reparto di terapia intensiva, talvolta i compromessi sono inevitabili […]. Al momento lo sforzo per combattere il virus sembra essere destinato a consumare ogni nostra risorsa […]. In una guerra come in una pandemia i leader non possono sfuggire al fatto che ogni azione imporrà grandi costi economici e sociali […]. Quest’estate le economie soffriranno perdite a due cifre, in termini di prodotto interno lordo. I mesi di reclusione che la gente ha vissuto danneggeranno la coesione sociale e la sanità mentale. Mesi di lockdown potranno costare all’economia europea e a quella americana un terzo del prodotto interno, i mercati potranno crollare e gli investimenti saranno procrastinati. L’economia si indebolirà perché l’innovazione si ferma. Alla fine il costo del distanziamento sociale potrebbe superare i benefici. Questo è un aspetto della scelta che abbiamo davanti che ancora nessuno è pronto a riconoscere».

Tutto chiaro: l’Economist ci pone davanti a un ragionamento che può apparire brutale, ma è semplicemente realistico. Un titoletto della rivista dice «Hard-headed is not hard-hearted». Aver la testa lucida non significa avere il cuore di pietra.

Come negarlo? Grazie alla decisione di interrompere il flusso dell’attività sociale e il ciclo dell’economia, i dirigenti politici hanno certamente salvato milioni di vite nei prossimi tre, sei, dodici mesi. Ma – fa osservare l’Economist con intransigente coerenza – questo ci costerà un numero di vite molto più alto nel tempo che viene. Stiamo evitando l’ecatombe che il virus potrebbe costarci, ma quali scenari prepariamo per i prossimi anni, su scala globale, in termini di disoccupazione, rottura delle catene produttive e distributive, in termini di debito e di fallimenti, di impoverimento e disperazione?

Fermi un attimo.

L’editoriale dell’Economist è ragionevole, coerente, inconfutabile. Ma lo è soltanto entro un contesto di criteri e di priorità che corrisponde alla forma economica che abbiamo chiamato capitalismo. Una forma economica che fa dipendere l’allocazione delle risorse, la distribuzione dei beni dalla partecipazione all’accumulazione di capitale. Ovvero che fa dipendere la concreta possibilità di accedere a beni utili dal possesso di astratti titoli monetari.

Bene, questo modello che ha reso possibile la mobilitazione di enormi risorse per la costruzione della società moderna, oggi si è trasformato in una trappola logica e pratica dalla quale non trovavamo l’uscita. Ma ora la via d’uscita si è imposta da sola, automaticamente, con violenza purtroppo. Non la violenza delle rivoluzioni politiche, ma la violenza di un virus. Non la cosciente decisione di forze dotate di umana volontà, bensì l’inserzione di un corpuscolo eterogeneo come lo è la vespa rispetto all’orchidea, un corpuscolo che si è messo a proliferare fino a rendere l’organismo collettivo incapace di intendere e volere, incapace di produrre, incapace di continuare.

Questo ha fermato la riproduzione, ha risucchiato enormi somme di denaro che hanno rivelato di servire a poco o niente. Abbiamo smesso di consumare e di produrre, e adesso siamo qui, a guardare il cielo azzurro dalla finestra e ci chiediamo come tutto questo andrà a finire. Male, malissimo, dice l’Economist, a cui l’interruzione del ciclo della crescita e dell’accumulazione appare un evento catastrofico che pagheremo con fame miseria e violenza.

Tutto si è fermato o quasi tutto, ora si tratta di rimettere in moto il processo, ma secondo un altro principio, il principio dell’utile e non quello dell’accumulazione di astratto. Il principio dell’uguaglianza frugale di tutti, non quello della competizione e della disuguaglianza.

Io mi permetto di dissentire dal catastrofismo dell’Economist, perché intendo diversamente la parola «catastrofe», che significa, nel suo etimo «svolta oltre la quale si vede un altro panorama». Kata si può tradurre come oltre, e strofein significa muoversi, spostarsi.

Dunque siamo andati oltre, abbiamo compiuto finalmente quel movimento che le lotte coscienti determinate e loquaci di cinquant’anni non sono riuscite a compiere. Tutto si è fermato o quasi tutto, ora si tratta di rimettere in moto il processo, ma secondo un altro principio, il principio dell’utile e non quello dell’accumulazione di astratto. Il principio dell’uguaglianza frugale di tutti, non quello della competizione e della disuguaglianza.

Saremo capaci di sviluppare questo principio per rimettere in moto la macchina – non quella macchina che funzionava inarrestabilmente prima, ma una macchina elastica, una macchina forse un po’ più traballante, e certamente più frugale, ma amica?

Saremo capaci? Non lo so, e soprattutto non so chi sarebbe quel «noi» cui sto alludendo con la mia domanda. Saremo capaci chi?

Non più la politica, non l’arte del governo. La politica è incapace di qualsiasi governo e soprattutto è incapace di comprendere. I poveri politici appaiono come rintronati, barcollanti, ansiosi. 

Il nuovo gioco, quello della proliferazione rizomatica di corpuscoli ingovernabili chiama in campo il sapere, non la volontà.

Non più la politica dunque, ma il sapere.

E quale sapere?  

Non il sapere degli economisti, incapaci di uscire dalla casa di specchi della valorizzazione, che traduce il prodotto nei termini astratti del calcolo monetario e aumenta il volume della distruzione pur di aumentare il volume di valore astratto. Ma un sapere concreto, un sapere che non traduce l’utile in valore, ma in piacere, in ricchezza.

Ci occorrono forse aerei F35 da combattimento? No, non ci occorrono, non servono a niente se non a far quadrare i conti di un’alleanza militare inutile e per far lavorare operai che potrebbero produrre più utilmente scatolette di tonno.

E anche perché con un solo aereo F35 da combattimento sai quanti reparti di terapia intensiva si possono creare? Duecento. 

Lo so, questi sono discorsi da perdigiorno che non sa quanto complesse siano le interdipendenze eccetera eccetera. Va bene, starò zitto, e stiamo pure ad ascoltare il discorso dei realisti che ripetono la solita canzone: se vogliamo mantenere l’occupazione ai livelli attuali dobbiamo produrre armi, no?, dicono i realisti dell’Economist e quelli della destra e della sinistra.

Così continueremo a produrre armi per far lavorare tutta quella gente otto, nove ore al giorno. E fra un mese o fra un anno all’epidemia seguirà la miseria di massa poi la guerra. E l’estinzione, di cui stavolta abbiamo avuto solo un assaggio ci verrà incontro sul suo bel cavallo bianco come nel trionfo della morte che si può vedere a Palermo dentro Palazzo Abatellis.

E se invece decidessimo di far lavorare la gente solo il tempo necessario per produrre quel che è utile? E se invece dessimo a ciascuno un reddito a prescindere dal tempo di lavoro (inutile)?

E se interrompessimo il pagamento degli aerei inutili che abbiamo già comprato? E se ce ne fottessimo delle obbligazioni internazionali che ci impongono di pagare somme enormi per la guerra?

Ecco: questi discorsi non sono più farneticazioni di un estremista, ma il solo realismo possibile. There is no alternative

Mi scrive da Londra l’amica Penny: «I just sit and write – this strange life has become familiar and calming but there is always calm before the storm».

C’è sempre uno strano silenzio prima che si scateni la tempesta. Come dire: il bello verrà quando lo stanco virus si ritirerà. A quel punto gli stupidi penseranno che sia il momento per ritornare alla normalità. 

I saggi si preparano alla tempesta più grande.

 

7 aprile

Dopo due mesi di quasi totale latitanza, oggi l’asma è tornata, e mi ha perseguitato per tutto il giorno. Disteso sul letto ho boccheggiato senza ossigeno e senza forze per fare alcunché.  

La sera esco a buttare la spazzatura: organico, vetro, indifferenziata. Cammino lentamente nella piazzetta sotto casa. L’Hotel San Donato Best Western è chiuso, sprangato con le serrande tirate. Cammino un po’ su via Zamboni per vedere le torri. Non c’è nessuno in questa strada dove dal dodicesimo secolo in primavera si affollano e si corteggiano studenti e studentesse.

8 aprile

Prendo il caffè e guardo fuori, nella piazzetta piena di sole. Anche oggi c’è quella ragazza che sbuca fuori da sotto il voltone, forse abita sola in un monolocale in via del Carro. Ha una tuta nera coi bordi gialli, tiene in mano il cellulare e fa dei movimenti da ginnasta.

Movimenti un po’ goffi, solleva la gamba destra e rimane così per qualche secondo ma il cellulare richiama la sua attenzione e allora solleva la gamba sinistra guardando il cellulare, poi si volge verso il muro appoggia le braccia e fa qualche movimento avanti e indietro con la testa. Suona il mio telefono, mi allontano. Mi chiamano da Milano per chiedere se posso spedire anche oggi una registrazione per Radio Virus.

Torno alla finestra, la ragazza non c’è più.

Se non fosse che il suo rappresentante terreno ha vietato di considerare la malattia come una punizione di Dio, mi verrebbe da supporre che il Signore sia un vecchietto spiritoso. Prima ha mandato Johnson in terapia intensiva, poi ci ha mandato anche il ministro omofobo Litzman dello Stato di Israele. 

Purtroppo questa è l’unica notizia confortante che provenga da quel paese di razzisti. Per il resto la cronaca politica israeliana racconta della rissa interminabile tra l’aguzzino Ganz, il corrotto Netanyahu e quel nazista di Lieberman. Forse andranno alla quarta elezione in un anno mentre il mondo si dissolve intorno a loro, ma sono troppo occupati ad azzuffarsi per rendersene conto.

Secondo l’Istituto di ricerca sul lavoro di Ginevra (ILO) la pandemia provocherà nell’anno prossimo un aumento della disoccupazione quantificabile intorno ai 25 milioni. Negli Stati Uniti ci sono stati oltre dieci milioni di licenziamenti in due settimane, e si attende che il numero aumenti nei prossimi giorni. Si tratta di numeri senza precedenti, per usare una delle espressioni più in voga di questi giorni. 

Per affrontare un fenomeno di questo genere non basteranno le politiche economiche tradizionali. O si ricorrerà all’emarginazione violenta di una parte enorme di una popolazione di miserabili che rumoreggiano alla periferia della città, o si abbandona l’intero discorso dell’economia moderna, la vecchia utopia del pieno impiego, il pregiudizio del lavoro salariato, e si ricomincia letteralmente da capo. Una sola certezza rimane: il sapere scientifico accumulato, e soprattutto la viva potenza del lavoro cognitivo, dell’invenzione tecnica e della parola poetica. 

Ma il criterio economico che ha fin qui regolato i rapporti, e le priorità è definitivamente impazzito, fuori uso. E per sempre.

Perché se proviamo a ricostituire la vecchia relazione tra chi possiede ricchezza e chi deve lavorare per guadagnarsi da vivere, allora la miseria è destinata a generare fiumi di violenza, la disoccupazione ad alimentare eserciti disperati e pronti a tutto.

Si tratterà di procedere alla requisizione di spazi e di strutture produttive.

Si tratterà di regolare l’accesso alle risorse disponibili in condizioni di eguaglianza. 

Non possiamo perdere tempo nell’illusione di tornare alla normalità passata, perché questa illusione rischia di trascinare quello che resta in una spirale di devastazione senza ritorno. Quello che si aspettavano i consumatori nei cinquant’anni passati non c’è più, e non deve proprio ritornare. È il sistema delle aspettative che deve cambiare radicalmente.

Se mi si chiedesse di indicare un evento una data e un luogo che sta all’origine dell’apocalisse, direi che quell’evento è il Summit della Terra di Rio de Janeiro nel giugno del 1992. Per la prima volta le grandi nazioni si incontrarono per valutare la necessità di affrontare i pericoli che la crescita economica cominciava a rivelare. In quell’occasione il presidente degli Stati Uniti, George Bush senior dichiarò che «il tenore di vita degli americani non può essere oggetto di trattativa».

Stiamo pagando tutti la sua protervia, che forse è connaturata all’esistenza stessa di quella nazione nata dal genocidio, e la cui ricchezza dipende dalla deportazione, dallo schiavismo, dalla guerra e dalla rapina delle risorse e del lavoro altrui. Quella nazione affronterà presto una devastante guerra interna, e meritatamente non le sopravviverà. 

 

9 aprile

Dopo un mese di clausura, e soprattutto di incertezza sugli esiti prossimi della situazione, si percepisce un certo nervosismo nella voce degli amici che telefonano, e anche nelle testimonianze scritte, o nelle analisi che mi arrivano ogni giorno a dozzine. Non leggo proprio tutto quel che mi arriva, ma leggo moltissimo.

In una mailing list che si chiama Neurogreen mi è arrivato oggi un articolo di Laurie Penny, pubblicato in Italia da Internazionale, ma uscito nell’originale nella rivista californiana WIRED, che per molti anni è stata il capofila dell’immaginazione digitale futurista e visionaria, e in ultima analisi ultraliberale. 

Strano leggere su quella rivista generalmente ultraottimista un articolo così, che prima di tutto è il resoconto di un’esperienza vissuta piuttosto drammatica. Laurie Penny si trova chissà dove, distante da casa, e viene sorpresa dalla tempesta virale. «Il capitalismo non riesce a immaginare un futuro al di là di se stesso che non sia un massacro totale […]. La socialdemocrazia è stata reintrodotta in fretta e furia perché, per parafrasare Margaret Thatcher, non c’è davvero alternativa»

150 membri della famiglia reale saudita colpiti dal virus.

Bernie Sanders si ritira, Biden perderà le elezioni (o forse le vincerà?) ammesso che le elezioni americane si tengano.

Otto medici sono morti in Gran Bretagna curando persone affette dal virus. Tutti erano stranieri – provenienti da Egitto, India, Nigeria, Pakistan, Sri Lanka e Sudan.  

Il cielo di Delhi è limpido come non lo si vedeva da anni. Di notte si vedono le stelle.

Ma la Confindustria ha fretta di riprendere, anche se le notizie che arrivano dalla Cina non sono rassicuranti: riapre Wuhan, ma chiude l’Heilongjiang. La battaglia contro il coronavirus è come il tentativo di svuotare il mare con un secchiello: apri di qua, chiudi di là.

Forse non dovremmo affatto combattere, perché la guerra è persa in partenza: dovremmo ridurre al minimo i nostri movimenti, dovremmo riconoscere che si è esaurita la potenza di cui ci siamo ubriacati nell’epoca moderna. Chi la pagherà più cara sono proprio coloro che più hanno creduto e continuano a credere nell’illimitata potenza della volontà umana. Comprensibilmente gli uomini scalpitano, vogliono riprendere lo scettro nelle loro mani, vogliono governare il loro futuro come, illudendosi, hanno creduto di fare in un glorioso passato. Ma il virus ci insegna che l’illimitata potenza era una favola e quella favola è finita.

10 aprile

L’ANPI lancia la proposta di fare del 25 aprile un appuntamento per la democrazia. Accolgo l’appello e mi metto a disposizione per quel poco che posso. Canterò anche l’Inno di Mameli, all’inizio delle celebrazioni?

Attendo il 25 aprile con lo stesso spirito con cui attendo la messa pasquale di papa Francesco. 

Nonostante il mio ateismo, mi ha fatto bene ascoltare Francesco l’altra sera nella piazza deserta. Con lo stesso spirito parteciperò alla manifestazione virtuale del 25 aprile. La divinità che adorano i democratici è altrettanto illusoria quanto il dio di Francesco, però mi farà bene sentire la vicinanza di un milione di persone.

 

11 aprile

In via Castiglione, sui colli bolognesi, a due chilometri dal centro cittadino qualcuno ha filmato una cinghialessa con sei piccoli cinghiali al seguito.

A Bruxelles gli olandesi ribadiscono che chi ha bisogno di soldi deve firmare una cambiale con su scritto: pagherò. L’Italia fu d’accordo con gli olandesi quando nel 2015 si trattava di imporre alla Grecia il rispetto della legge del creditore. Oggi l’Italia vorrebbe comprensibilmente evitare il trattamento che fu inflitto alla Grecia. Ma le nozioni di debito e di credito appaiono oggi piuttosto sgangherate. L’insolvenza è destinata a obliterare il sistema degli scambi. Anche qui: there is no alternative.

A proposito di Grecia, a luglio ci aspettano Stella e Dimitri nell’isoletta sporadica. Da più di dieci anni affittiamo una casetta in mezzo agli ulivi. Che ne sarà dell’estate, dei viaggi, del mare? Giriamo intorno all’argomento con circospezione, io e Billi. Forse non ci saranno viaggi quest’estate.

12 aprile 

Dopo le aperte scortesie di Rutte e di Hoekstra, la signora Ursula cerca di addolcire la pillola per gli italiani che sono molto indispettiti per l’avarizia un po’ offensiva degli olandesi. Concederanno un MES senza condizioni? Di coronabond non se ne parla? 

Su una cosa comunque tutti sono d’accordo: non ci deve essere un colpo di spugna sul passato. L’ho sentito dire diverse volte dai negoziatori europei. 

Perché il colpo di spugna sembra a tutti una brutta cosa? Forse sarebbe meglio rassegnarsi al colpo di spugna. «Chi ha avuto ha avuto ha avuto chi ha dato ha dato ha dato scurdammoce ‘o passato simm’e Napule paisà»: ecco, per gli economisti è incomprensibile la saggezza profonda di questi versi napoletani. 

14 aprile

Il vecchio socialista Rino Formica, in un’intervista pubblicata dal Manifesto, osserva che non dovremmo credere che in questo momento sopravvivere sia più importante che pensare, come suggerisce il motto latino primum vivere deinde philosophari. Se non filosofiamo, osserva il saggio Formica, rischiamo di non sapere quali scelte compiere per, poi, vivere.

Marco Bascetta, per parte sua, sempre sul Manifesto pubblica una riflessione (confusa, ma intrigante) sullo stesso motto latino, leggermente modificato: «primum vivere deinde laborare». E giustamente osserva che senza vita non c’è mercato.

Agamben ha scritto più volte che in nome della nuda vita siamo disposti a rinunciare alla vita, e a me viene in mente un’altra massima latina, che ho sempre preferito a quella menzionata da Formica: navigare necesse est, vivere non est necesse. Che viviamo a fare se non siamo più capaci di navigare? 

«Ci guarderemo obliqui per sempre?»

Per la seconda volta il presidente degli Stati Uniti abbaia minacciando di sospendere o di annullare i finanziamenti per l’Organizzazione Mondiale della Sanità perché a suo dire ha reagito in modo lento e sbagliato all’approssimarsi della pandemia, o forse perché ha preso una posizione filocinese. Minaccia anche surrettiziamente di licenziare il più autorevole esperto del sistema sanitario americano, il virologo Anthony Fauci.

Dal suo paese nei giorni scorsi sono giunte le foto di sacchi contenenti cadaveri, che vengono gettati in fosse comuni scavate per coloro che non hanno neppure i mezzi per permettersi un funerale e una sepoltura. Nelle vicinanze della cosmopolita metropoli di New York. Molti si sono scandalizzati pensando che si tratti di una conseguenza del maledetto virus, che costringe gli americani a rinunciare alle dovute esequie e al rispetto per i defunti.

Errore.

Quelle foto non sono una notizia, non hanno molto a che fare con l’epidemia.

In quel paese infatti chi non ha nulla e muore come un cane è abitualmente seppellito in quel modo, da seppellitori che sono detenuti in qualche carcere, in una fossa comune nella fetida periferia di una città ricchissima. È la normalità cui molti velocemente desiderano ritornare.

15 aprile

In California gruppi di senza casa occupano appartamenti e villette in vendita che a questo punto nessuno comprerà mai. Notizia confortante. A Lagos i cittadini di alcuni quartieri si armano per difendersi contro orde di ladri che nottetempo svaligiano lo svaligiabile, approfittando del coprifuoco. Notizia inquietante.

Ma non si tratta forse della stessa questione, non si tratta forse del fatto che in tempi come questi, in tempi come quelli che si preparano, la proprietà privata diviene qualcosa di labile, flebile, fragile. Qualcosa di obliquo.

Letto su Facebook:

«Che brutto clima si è creato.
Tu esci con mascherina e guantini per spesa o giornali, fai caso, tutti si guardano con sospetto l’uno con l’altro e se qualcuno si avvicina troppo c’è un atteggiamento di panico quasi di terrore.
Se usciremo da questo virus usciremo anche da questo comportamento?
Non lo so.
Ci guarderemo obliqui per sempre?»